Le ricerche in rete evolvono: non è più solo “quanto costa” un logo professionale, le persone vogliono sapere se ne vale la pena. Sapessi quanti tipografi senza cuore ti aspettano al varco…
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Chi l’avrebbe mai detto che, se solo tre o quattro anni fa dovevamo combattere contro i siti che spacciavano icone per loghi, oggi tocca spiegare alla gente che un’AI non può crearti un logo e un’identità visiva professionale?
Ci sarebbe da chiudere baracca e burattini e trasferirsi in Giamaica, un bel posto caldo in spiaggia, ti trovi un lavoretto facile facile tipo far provare ai giamaicani la grattachecca romana e ciaone ai fanboy dell’AI-GEN. Dici di no? E prova tu a dire a ChatGPT di farti una grattachecca…
Siccome oggi mi sento inspiegabilmente buono, provo invece a darti una risposta seria all’aberrante quesito del titolo di questo articolo.
Innanzitutto, proviamo ad analizzare il sottotesto delle ricerche sul web. Ti va? Tanto ormai sei arrivato fino a qui, che c’hai da fare di più importante?!
Le persone non cercano più solo quanto costa farsi fare un logo professionale da un designer, un grafico o saccioquale strana figura mitologica debba fare ‘sta cosa della brand identity nella loro testa. Cercano in primis rassicurazioni su una paura profonda, radicata nell’animo umano ben più del guanto di Freddy Krueger (se non sai di cosa sto parlando, vatti immediatamente a guardare la scena iniziale dei titoli di testa di Nightmare – dal profondo della notte): ma non è che rischio di pagare per qualcosa che un’AI potrebbe fare gratis?
Tra l’altro, a parte i costi, sono in aumento anche le ricerche su come registrare un logo/marchio (la differenza? Un logo è solo un logo finché non ne depositi la registrazione come marchio figurativo), il che ci suggerisce che la marca, della quale il marchio è una forma di tutela legale, sta rapidamente diventando la discriminante tra un disegnino amatoriale e un vero asset aziendale.
Andiamo quindi a esplorare i punti chiave, facendo qualche esempio pratico.
Il logo fatto dall’AI: tu non sei in grado di farlo
Il primo e più importante punto ti riguarda da vicino. Molto, molto da vicino.
Tanto che, guarda caso, è il più banale tra tutti. Pronto?
Tu non sei in grado di giudicare se il logo è efficace oppure no. E questo perché non sei un professionista, in primis, ma anche perché sei incapace di distaccarti dalla tua creatura e giudicare in maniera obiettiva. Hai un bias, che ha anche un nome: si chiama “bias di conferma” e funziona in un modo davvero subdolo: è come un paraocchi che ti toglie buona parte della visuale.
“Non c’è peggior sordo di chi è sordo veramente” (Aldo Baglio).
A tal proposito, è molto probabile che tu non riesca nemmeno a distinguere un vero logo da un’illustrazione. Come? Dici che non è così?
Ok, allora spiegami come daresti le istruzioni alla tua AI per generare il logo.
Forse, il prompt potrebbe essere qualcosa del tipo “creami un logo per un ristorante”? Scommetto un caffè che ti restituirà due posate, una forchetta e un coltello, con sotto una bella scritta (ne ho parlato qui). Oppure, nella migliore delle ipotesi, creerà per te un simbolo con mille sfumature e inutili dettagli che renderanno il tutto pesante e complicato.
Ma tu sei il mago dei prompt, vero? Bravo. E allora spiegami come farai a creare un logo che possa essere leggibile su un billboard da sei metri per tre e, contemporaneamente, sulla penna biro che regali ai clienti. Si chiama adattabilità, e se il logo non lo è, bisogna prevederne una versione più semplice ma allo stesso tempo identitaria e coerente.
Non basta? Allora aggiungo: cosa accadrà quando dovrai riprodurre il logo creato con l’AI, che sarà un “raster” (dunque, un’immagine con dimensioni finite in pixel), in uno striscione alto due metri? Te lo dico io: verrà fuori una scacchiera e tu, quando lo esporrai alla Fiera dell’Est, farai una bella figura del piffero.
In ultimo, ricordati che l’AI ricombina dati esistenti, non crea dal nulla. Chi ti garantisce che l’immagine simil-logo che hai creato non somigli troppo a quella di un concorrente?
Un professionista ti guiderà in affiancamento con un consulente esperto di copyright – si chiama “ricerca di anteriorità” – per non correre inutili rischi.
Casi studio teorici, o forse reali: cosa può andare storto?
Prima situazione, la startup di abbigliamento hauanaghana che fa le t-shirt e i cappellini che ti “flexano” un casino.
Il founder smanetta con l’AI e tira fuori una roba strana piena di ombre, sfumature neon e linee sottili. Quando la povera junior designer manda il JPEG al fornitore, quello chiede loro 1000 euro in più per poter “semplificare il logo” abbastanza da poterlo riprodurre su un cappellino. Il founder, siccome è diretto discendente del Dio Apollo, rifiuta perché secondo lui è una spesa inutile e quando arriva il carico il ricamo ha tutto l’aspetto di una macchia informe.
Impossibile, vero? Me lo sono sicuramente inventato. Oppure…
Seconda situazione, un ristorante apre in pompa magna in pieno centro – con l’ingresso davanti a una famosissima e storica piazza – che, più che un’attività di ristorazione, sembra una fossa dei leoni perché i turisti gli cascano lettera
lmente dentro al locale. Per fare in fretta, il titolare crea un logo in cinque minuti con un tool AI-GEN basato su icone stock.
Tempo sei mesi e sulla PEC arriva una bella diffida da una NOTA catena nazionale che, guarda caso, ha registrato un logo simile molti anni prima. Tra le soluzioni proposte, un re-design totale di tutta la comunicazione, dall’insegna ai tovaglioli fino al sito web e al dominio, nonché il blocco immediato di tutte le campagne ADS oppure il pagamento di una royalty pari al 20% del fatturato mensile.
Dai, Danì, questo è davvero imposs…
Terza situazione, un consulente sceglie un bellissimo logo sfumato che sta da Dio sul fondo nero delle slide di presentazione al cliente. Quando però manda in stampa in tipografia 1000 business card homemade e gli arrivano in ufficio, i colori sono diventati improvvisamente fangosi. Inalberato come se gli avessero appena rigato la Tesla al supermercato, il consulente sbraita al telefono contro lo stampatore che, del tutto privo di cuore e guardandolo con l’espressione di Sentenza ne “Il Buono il Brutto il Cattivo”, risponde “il file era bellissimo, in RGB. Noi altri però stampiamo in CMYK. Benvenuto nel mondo reale”.
Come appare il logo se devi usarlo su un fondo scuro? E se devi ridurlo a 16×16 pixel, come se fosse la favicon sulla barra indirizzo di Chrome? A che distanza devi metterlo dal resto?
Ora, dato che è il tuo brand a essere in gioco, mettici il cuore anche tu e inizia col farti qualcuna di queste domande: potresti stupirti delle risposte.
CORSO DI ORIGAMI: cuore pulsante.

