“Un viaggio interessante raramente coincide col percorso più semplice.”

La strada che mi ha portato dove sono racconta una storia come tante e come nessuna.
Una storia che parla di percorsi, possibilità e crescita.

L’illusione comune è che da un viaggio si torni indietro.
Tuttavia, se ci pensiamo, il tempo non si ferma né cammina a ritroso. Come possiamo allora davvero “tornare”?
Per questo ho scelto tre oggetti per raccontare questa storia: una coppa, una DeLorean volante e un lentino tipografico.
Perché il tempo va avanti. E noi ne siamo testimoni.

La coppa

“Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no.”

Un giorno come tanti. O forse no.
Il palazzetto pieno, i bambini da tutta Italia che applaudono, l’emozione, la gioia.
Dal centro del palco, una donna in abito scuro col microfono in mano pronuncia un nome: ha appena annunciato un vincitore tra loro.
Il bambino si avvicina, da solo, la osserva e ritira la coppa dalle sue mani.
“Ha le dita affusolate, lunghissime, come le sue gambe” pensa, “è per quello che salta così in alto”.
“Bravo Danilo, continua così, con la stessa passione” conclude, mentre il bambino si allontana raggiante.
Quella donna era Sara Simeoni. E quel bambino ero io.
Quel giorno ho capito che ogni vincitore lo è solo di sé stesso. E delle sue scelte.

La DeLorean volante

“Cosa faresti se potessi tornare indietro nel tempo?”

Ogni adolescente degli anni Ottanta se l’è chiesto, così come ha pensato “perché proprio una DeLorean?”.
Macchine del tempo, walkman, fumetti, la nascita del rock and roll, i Levi’s – ma in realtà erano dei “miseri” boxer Calvin Klein –, uno scienziato un po’ folle e un ragazzo comune con il potere (e la voglia) di cambiare le cose.
I nerd non avevano ancora conquistato il mondo, ma erano a tanto così dal farlo.
Cosa univa tutto? L’ironia.
Che accompagna la leggerezza. La serietà, in questi casi, non c’entra: non è ignorare le avversità, ma saperci ridere sopra.

Il lentino tipografico

“La vita è quella cosa che ti succede mentre sei impegnato a fare altri piani.”

Le ore passate al computer, gli straordinari “perché c’è da recuperare”.
La determinazione premia, il valore della parola anche di più.
E così, in un attimo sei lì a fissare il telefono rosso ogni venerdì pomeriggio col timore che squilli e che, dall’altra parte, una voce esclami: “Hai appuntamento con la fidanzata, stasera? Ecco, dille che passi domani e vieni qui: ci sono centosessanta lastre da rifare, più il Cromalin. E porta un po’ di pizza, ché ho fame”.

Dieci anni quasi esatti dopo aver preso la coppa dalle mani di Sara Simeoni, Vincenzo, il tipografo, minava la mia vita sociale e sentimentale facendomi trascorrere i venerdì sera e qualche sabato a respirare odore di cianografiche.

Quelle vere, non le digitali di adesso.

Vincenzo era un dritto, sapeva che gli bastava alzare la cornetta per vedermi lì in cinque minuti.

“Il modo più veloce di fare qualcosa è farla bene. Ti evita un sacco di serate con un nerdaccio come me”, mi diceva, mentre fissavamo lo schermo gigante a tubo catodico del computer che processava.

Sopra, una DeLorean con il flusso canalizzatore.

Senza un granello di polvere.

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